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Andicap e cinema lo specchio della societ


La presenza di persone con andicap all’interno della cinematografia mondiale mostra un excursus variato, che fa da specchio alla visione che la società negli anni si è imposta nei confronti della diversità.
Una prima, grande presenza legata a questo tema è illustrata ne Le luci della città (1931) di Charlie Chaplin, nel quale il tema della cecità viene affrontato in maniera quasi poetica, come a voler far fronte in modo idilliaco alla dura realtà delle città americane in piena depressione.

Negli anni Quaranta l’andicap assume invece una valenza “eroica”. Nasce così la storia di un abile poliziotto cieco in grado di sgominare, nonostante la propria disabilità, una banda di spie (Eyes in the Night, 1942) o la rappresentazione di storie vere come quella del giocatore di baseball Lou Gehrig Coo­per, morto a 37 anni per distrofia muscolare (The Pride of the Yan­kees, 1942) o ancora del lanciatore dei Chicago WhiteSox Monthy Strat­ton, amputato ad una gamba a causa di un incidente di caccia (The Stratton Story, 1949). L’andicap in questo periodo ottiene visibilità poiché associato a storie di vita e ad imprese straordinarie, fuori dal comune.
Gli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta manifestano l’ottimismo nei confronti dell’educazione specializzata, narrando vicende come quella di Mandy (1952), storia di una bambina sordomuta cresciuta con un metodo educativo innovativo dalla propria famiglia, La Storia di Esther Costello (1957) che, da bambina, a causa dello shock causato dall’esplosione di un ordigno, perde la vista, l’udito e la parola, ma che è in grado di acquisire la facoltà di leggere e di esprimersi attraverso la lingua dei segni. E ancora: Anna dei miracoli (1962), in cui un’istitutrice cerca di ricostruire le facoltà associative di una bambina muta, sorda e cieca dalla nascita, o, dello stesso anno, Gli esclusi, storia di un medico ed un’infermiera confrontati con l’educazione di bambini con andicap psichici.
La forte critica sociale a partire dalla metà degli anni Sessanta si rispecchia anche nella cinematografia del genere, in cui si assiste alla crisi di quei professionisti (psicologi, educatori, sacerdoti) che entrano a contatto con le persone con andicap credendo di poter risolvere i loro “problemi” con l’infallibilità della scienza o la forza della religione. Ne sono un esempio Il ragazzo selvaggio (1969) di François Truffaut, storia del piccolo Victor, cresciuto nella foresta ed incapace di parlare nonostante le più sofisticate terapie; o ancora Qualcuno volò sopra il nido del cuculo (1975), storia di incomprensione dei metodi terapeutici all’interno degli ospedali psichiatrici. Nelle diverse trame di questi anni si contesta una comunità civile che non ha mai dialogato con il mondo della diversità e che ora si trova nella difficoltà (o nell’impossibilità) di costruire alfabeti comuni che superino barriere, diffidenze, incomprensioni.
Il cinema degli anni Ottanta, caratterizzato dal boom economico e dall’ottimismo, cerca di riacquistare il dialogo con l’andicap attraverso la volontà di recupero di uno sguardo realistico e senza filtri. Nascono così una serie di film-documentario come Les regardes des autres (1980), un’inchiesta filmata sulle difficoltà che gli andicappati fisici riscontrano nella vita quotidiana, Stepping out (1980), il documentario sull’interpretazione di 40 attori insufficienti mentali alla Opera House di Sydney, I Debolts (1981), storia di due coniugi che accolgono nella loro famiglia otto ragazzi con andicap, The Kid Brother (1987), storia di un bambino nato senza arti inferiori che rifiuta le protesi artificiali, Il mio piede sinistro (1989), ovvero la vita di Christy Brown, scrittore e pittore irlandese, nato con un andicap fisico quasi totale; l’unica parte del corpo di cui possiede ogni funzione è soltanto il piede sinistro.
Riacquistato il dialogo con l’andicap, il cinema degli anni Novanta ricerca l’affermazione degli individui con disabilità. È il caso di Perdiamoci di vista (1994), la storia una giovane ragazza paraplegica che cerca di emanciparsi nonostante tutto, o di Al di là del silenzio (1996), la vicenda di una musicista nata da genitori sordi, o ancora Shine (1996), storia della follia del pianista David Helfgott.
A partire dal 2000, lentamente, si fa strada la necessità non solo di raccontare l’andicap, ma di viverlo all’interno della quotidianità, soprattutto attraverso storie di famiglia, di amore e di amicizia. Ne sono un esempio Mi chiamo Sam (2001) storia di un padre autistico, che si batte per conservare la patria potestà sulla figlia, Iris – un amore vero (2001), una storia di amore senile e di Alzheimer, Le chiavi di casa (2004), ancora una volta un padre che, dopo anni di distanza, tenta di riavvicinarsi al figlio autistico, Snow Cake (2005), una madre autistica confrontata con la perdita della propria figlia.
Il prossimo passo, che dovrebbe mostrare l’andicap come semplice sfumatura nel vasto mondo di colori che compone la realtà, dovrebbe essere quello di integrare l’andicap come protagonista non più principale di un racconto, ma come semplice accompagnatore di storie.

daphne.settimo@ftia.ch

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 giugno 2010