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Il caso, la vita e la paraplegia


L’idea era lì da qualche tempo. Un regista, finalmente in Ticino, gira un bellissimo film nel territorio, che coinvolge grandi temi quali l’amore, l’amicizia, la vita, il caso. E nel caso a volte può esserci anche l’incidente, l’infermità. Un tema del genere, davvero vicino alla realtà della Federazione Ticinese Integrazione Andicap non lo si poteva lasciar andare così. Qualche domanda in ufficio e scopro che Gian Paolo Donghi, membro di Comitato FTIA e dell’Associazione Svizzera Paraplegici ed Ilaria Perren, membro FTIA, hanno in qualche modo avuto a che fare con il film. Il primo quale “coach” del protagonista in sedia a rotelle, la seconda come involontaria ispiratrice di parte della trama. E poi il regista, Erik Bernasconi. Qualche telefonata e riesco ad averli tutti qui, un martedì sera, per parlare proprio di Sinestesia, dei temi, ma anche delle sensazioni di ognuno di fronte alla trama, alle immagini, ai personaggi. Erik, nonostante la fama degli ultimi tempi, è davvero una persona alla mano, e la serata si rivela davvero rilassata. Anche perché il tema non è facile, e le domande che ho preparato sembrano essere magari troppo invadenti. Ed invece tutto fila liscio, e l’intervista sembra quasi una chiacchierata tra amici.

Erik Bernasconi non nasce come regista…

Erik Bernasconi: No, non sono nato regista. Ho avuto una formazione letteraria ed esperienza nell’insegnamento. Però quello del cinema era un sogno fin dai tempi dell’adolescenza. Quando ero ragazzo mi dicevo che volevo fare l’attore di teatro o il regista di cinema. Il teatro lo stavo sperimentando a livello amatoriale al liceo, il cinema lo guardavo all’epoca in cui nascevano le VHS, che rendevano possibile vedere una grande quantità di film che altrimenti dovevi aspettare passassero in televisione, chissà poi quando e con quanta pubblicità. Poi a 19 anni ho seguito un’altra passione che era quella della letteratura. Infine, a 27-28 anni mi son detto che o si provava in quel momento o non si provava più. E così sono partito e ho cambiato il mio percorso; ho fatto una scuola di cinema a Parigi e ho iniziato piano piano a lavorare in Ticino come aiuto regista fino all’esperienza di Sinestesia.

Così Erik parti dal Ticino, ti trasferisci a Parigi, nel cuore dell’Europa ma torni in Ticino per fare un film. Come mai?

Erik Bernasconi: Ho fatto la scuola a Parigi, ho abitato lì per due anni e mezzo. Al termine della formazione cercavo un lavoro. All’inizio era difficile, ho iniziato lentamente a muovermi nel mondo del cinema, ad avere i primi contatti. Avevo fatto il cuoco in un cortometraggio con persone che avrebbero potuto darmi dei contatti. Proprio in quel momento mi è arrivata la proposta di fare l’aiuto regista per una serie televisiva alla RSI. Beh, ho risposto, “vulentera!”, con l’idea di tornare qui un paio di mesi e rientrare poi a Parigi. Alla fine i lavori si sono accumulati e ho avuto la fortuna di alcune possibilità qui in Ticino. E allora dove ci si muove meglio che a casa?

Quali sono state le difficoltà maggiori nella realizzazione del film?

Erik Bernasconi: A questa domanda faccio proprio fatica a rispondere, perché questo film ha avuto una grossa fortuna dall’inizio, è stato sempre accompagnato da una buona stella. Per esempio ricordo il giorno in cui giravamo una scena di basket a Camorino. Ha piovuto in tutto il Ticino, fino a Cadenazzo e ad Arbedo ripioveva. E io ho proprio sfacciatamente annusato l’aria e ho detto “ma sa che al piöv mia”, e così è stato. Ma soprattutto sapevamo cosa ci potevamo permettere. Soldi sì, erano pochi, anche se un milione e mezzo sembrano un’enormità, però per fare un film non sono molti. Ho avuto un ottimo rapporto con la produzione, che ha lavorato molto bene, e si è fatto in modo di non cercare di fare quello che non potevamo fare. Il percorso di questo film è stato fantastico, con tutte le persone che abbiamo incontrato e che ci hanno dato una mano.
Come è nata la sceneggiatura?
Erik Bernasconi: La sceneggiatura è nata da un trafiletto che avevo letto nell’inverno 2006, dal quale è tratto il finale del film. Erano tre righe che trattavano un episodio drammatico avvenuto in Svizzera tedesca. Sono partito con l’idea di raccontare questa storia, e poi altre storie a me note, tra le quali quella di Ilaria, che si sono intrecciate in modo molto naturale in una trama unica. Un’idea, un trafiletto, il bisogno di raccontare quella storia e poi il percorso che ha portato al film, naturalmente. Lavoravo su altri film e all’inizio scrivevo poco, però c’era l’impressione che dovevo raccontare questa storia, e il resto pian piano si combinava. Poi mi sono dedicato interamente a Sinestesia per un anno e mezzo.

E tra le storie vere c’era quella di Ilaria. Com’è avvenuto l’incontro tra di voi?

Ilaria Perren: Erik mi ha contattata. Poi, vedendolo, mi sono accorta che lo conoscevo, perché eravamo al liceo insieme.
Erik Bernasconi: Eravamo in classi parallele, lei allo scientifico, io al letterario.
Ilaria Perren: È vero, però poi io ho intrapreso la formazione per infermiera. Non lo so come ha fatto a contattarmi, ad avere il mio recapito.
Erik Bernasconi: Conoscevo la sua storia perché abbiamo amici in comune. So che l’aveva scritta su “Paracontact” della Asso­ciazione Svizzera Paraplegici. Io ho mi sono ispirato alla sua vicenda e l’ho modificata per raccontare la storia del film. Ma c’erano elementi che mi riconducevano sempre a lei, ad esempio dei luoghi specifici. Ho ritrovato non so più come il suo indirizzo e alla fine beh, ci siam resi conto di conoscerci già. Mi sono presentato al telefono lei mi ha detto “ma sa che ta cugnosi”! Le ho spiegato che stavo preparando un film, che la sua storia rientrava nella trama e che mi avrebbe fatto piacere incontrarla.

Ilaria, quali sono state le tue sensazioni? Non è cosa da tutti i giorni raccontare la propria storia, le proprie impressioni e sofferenze…

Ilaria Perren: Il Ticino è piccolo, di solito o le persone sanno già o ti guardano ma non osano chiedere. Però si vede dal viso, dall’espressione che hanno che vogliono sapere; alla fine vai tu a spiegargli, per togliere anche l’imbarazzo ed evitare alcune fantasie. Così lo dico, che durante una passeggiata in moto si è staccato un ramo da un albero e mi ha colpita.
Gian Paolo Donghi: In effetti è una cosa che capita spesso, le persone ti guardano… però c’è dell’imbarazzo, probabilmente non sanno bene come chiederlo. Penso sempre che sono queste persone che hanno l’andicap, non ce l’ho io! Loro hanno un problema da affrontare.
Erik Bernasconi: C’è forse anche la paura dell’intrusione. Con una persona appena conosciuta non è proprio la prima domanda che è opportuno fare, è come se a me chiedessero come prima cosa se sono sposato o no. Però poi con il tempo la domanda esce spontanea.

Raccontare la propria storia ad un regista, quindi in previsione di una rappresentazione per un vasto pubblico, che effetto ti ha fatto?
Ilaria Perren: Io avevo capito che c’era un piccolo spunto, non era totalmente la mia storia.
Erik Bernasconi: In effetti sì, lo spunto era la storia di Ilaria, anche se poi alla fine il tutto viene un po’ cambiato, infatti nel film il personaggio colpito dalla paraplegia è un uomo. C’è stato un filtro di finzione in tutto questo. Le ho fatto comunque leggere la sceneggiatura.
Ilaria Perren: È vero, però c’è stata una bella differenza tra leggere la sceneggiatura e vedere il film. Non mi ricordavo proprio tutto. Poi quando ho visto le immagini, sentito i rumori… mi sembrava di rivivere lì dentro. Fa effetto. Il rumore dell’albero che cade poi… era reale.
Gian Paolo Donghi: Anche io sono caduto in moto, ho preso una buca, però mi ha fatto meno impressione. Sono cose che succedono, che possono capitare.
Ilaria Perren: Però durante l’incidente, anche durante i soccorsi, io sono sempre stata vigile, mi ricordo tutto.
Gian Paolo Donghi: In effetti per me una parte dell’incidente non c’è più, ricordo solo quando mi sono svegliato all’ospedale. Dalla buca in poi non c’è più nulla, è tutto cancellato.

E il resto del film? Ci sono stati episodi particolari in cui ti sei riconosciuta?

Ilaria Perren: Mi hanno colpito la scena dell’incidente e soprattutto le scene finali. Queste ultime non avevano nulla a che fare con me, ma ho percepito molto bene il senso di impotenza e di ansia. Ti riporta a piccole scene quotidiane di cose che non arrivi a fare.
Erik Bernasconi: Io mi sono permesso di immaginare delle cose senza confrontarmi con chi le vive. Ho provato ad immaginare che il corpo lo si possa anche sentire come una gabbia.
Ilaria Perren: Un po’ è vero, anche nelle piccole cose quotidiane a me è sicuramente successo. Un esempio: nella doccia una volta mi sono cadute le pantofole. Io senza quelle non riesco a tornare sulla carrozzina, perché mi scivolano le gambe. Così ero nella doccia e mi chiedevo “e adesso cosa faccio?”. È stata una situazione minima, durata al massimo un quarto d’ora, ma mi è sembrato un tempo infinito. Mi sentivo prigioniera e impotente.

Erik, perché la scelta della rappresentazione della paraplegia?

Erik Bernasconi: Della paraplegia non conoscevo molto, a parte qualche esperienza in colonia da ragazzo. Posso dire però che ho sempre avuto un interesse ampio per le persone diverse da me. E poi mi sembrava giusto raccontare queste storie che mi avevano colpito, volevo scavare nelle emozioni che potevano dare. Non si tratta di un film esclusivamente sulla paraplegia, parla di molte altre cose. Nella trama vi è semplicemente un personaggio paraplegico; il suo punto di vista fa da filtro nella storia.
Ilaria Perren: A me è piaciuto proprio questo: un film con un personaggio paraplegico che però non è incentrato sulla paraplegia. È una semplice parte della realtà.
Erik Bernasconi: Credo ci siano alcuni passi su come parlare della paraplegia. Il primo, che dovrebbe essere cosa assodata, è che i paraplegici sono persone come le altre, anche se ci sono film che questa cosa ancora te la raccontano e che personalmente trovo insopportabili. Il secondo passo è che i paraplegici sono persone come le altre, che vivono però la vita con delle loro specificità, proprio perché sono paraplegici. A me interessava questo nel personaggio chiave. Si parla di amicizia, di amore e di destino in relazione a una situazione di paraplegia.
Ilaria Perren: A me è piaciuto proprio per questo fatto. Il personaggio paraplegico non è messo lì come una cosa a sé, ma fa parte della vita, del quotidiano. Il messaggio non è quello di raffigurare la persona paraplegica, quanto il suo vissuto.
Erik Bernasconi: In questo senso, una delle scene che mi sta più a cuore è il dialogo tra i due amici, dove la persona paraplegica esprime la sua paura di diventare padre. E l’amico risponde: “ma guarda che in questo caso hanno paura TUTTI, non prendere la scusa della sedia a rotelle”.

Quindi la paraplegia non impedisce di realizzare anche i sogni…

Gian Paolo Donghi: Certo. Non è detto che chi è normodotato stia meglio di noi. È che quando succede qualche cosa come è stato per me cambi un po’nel carattere. Prima non ero fatto così.
Ilaria Perren: Io penso di essere rimasta simile, perché so che la vita va avanti. È successa questa cosa, magari avrebbe potuto succedermi qualcos’altro, comunque continuo il percorso della vita.
Erik Bernasconi: A me quello che ha colpito molto nella storia di Ilaria è che è diventata mamma. Questo l’ho preso anche nel personaggio.
Ilaria Perren: Sì, anche se è molto faticoso e ogni tanto sento di più la disabilità proprio per il fatto che sono mamma e certe cose non riesco a farle. Questo un po’mi infastidisce e a volte mi rattrista molto.
Erik Bernasconi: Quello che più mi stupisce è leggere ogni tanto di uomini e donne paraplegici che vanno a fare paracadutismo o altri sport estremi, cose che magari prima non avrebbero fatto, ma che adesso affrontano per dimostrare a sé stessi di essere forti.

E come è avvenuto il contatto tra Erik Bernasconi e Gian Paolo Donghi?

Erik Bernasconi: Gian Paolo l’ho incontrato quando stavamo cercando una casa per girare alcune scene e abbiamo contattato la FTIA e il suo direttore. Poi però siamo ritornati da Gian Paolo indipendentemente da questo, perché cercavamo un coach per Alessio Boni, per insegnargli ad andare sulla sedia a rotelle, ma soprattutto per entrare meglio nel personaggio.
Gian Paolo Donghi: Sono rimasto affascinato dalla grande organizzazione che c’era dietro il film. Però poi quando ho visto la carrozzina che volevano dare ad Alessio per il suo personaggio ho detto subito che quella non andava bene… bisognava cambiarla! Non poteva impennare, non poteva fare tutto quello che normalmente fa un paraplegico nella sua autonomia.
Erik Bernasconi: Eh, si, vedi, per me una valeva l’altra, sono cose che non sai.

Cosa è stato insegnato ad Alessio Boni?

Gian Paolo Donghi: Il problema che aveva Alessio era che doveva cercare di stare fermo con le gambe, perché chiaramente l’istinto porta a muoverle. Doveva cercare di dimenticarle. Poi gli ho insegnato a manovrare la carrozzina, a spingerla nel modo corretto. Perché se spingi solo da una parte curvi, per andare dritto devi usare entrambe le braccia, abbiamo visto come superare gli ostacoli, impennare, fare i trasferimenti in auto, sul letto, ecc.
Erik Bernasconi: È stato un processo interessante. Credo che Alessio lo abbia prima osservato, poi Gian Paolo abbia osservato lui, è stato un buon metodo di lavoro.
Gian Paolo: Alessio è stato davvero bravo, i suoi spostamenti sembravano reali. E non è una cosa così semplice, diversi miei amici che hanno voluto provare la mia carrozzina si sono ribaltati.
Erik Bernasconi: È stato molto reattivo anche per le scene in cui gioca a basket: ha fatto due o tre allenamenti ed era già pronto. Quello della credibilità di Alessio era un aspetto che mi preoccupava. Se non fosse stato verosimile, il film avrebbe perso tutta la forza e rischiava di diventare grottesco.

Ilaria e Gian Paolo, quale è stata la vostra sensazione dopo la visione?

Ilaria Perren: All’inizio ero contenta che nel film si parlasse di un certo tipo di temi. Poi quando ho visto il film c’è stato un certo impatto, perché ho rivissuto l’incidente e i limiti della vita quotidiana. Ma penso che questa emozione sia stata quasi più forte per le persone a me vicine che per me stessa.
Gian Paolo Donghi: A me ha impressionato la scena iniziale che rappresentava l’incidente, poi ci sono pezzi in cui si è anche riso e scene più toccanti.

E il prossimo lavoro di Erik Bernasconi quale sarà?

Erik Bernasconi: Questa estate farò l’aiuto regista per un film di una regista esordiente ticinese, che tra l’altro recita anche in Sinestesia (fa la fisioterapista). Poi vedremo. Ci sono progetti che stanno partendo… ma per il momento non dirò nulla di questo.

daphne.settimo@ftia.ch

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 giugno 2010